Faccia da dottorando
Ottenere un dottorato: che gran botta di fortuna! Gente che ti osanna, gente che ti invidia, gente che ti scoraggia ripetendo a gran voce, come se tu non ne fossi cosciente, che è solo una perdita di tempo, un modo per diluire il tempo che intercorre fra il titolo della laurea e la disoccupazione certa. Figurarsi, poi, quando si ha una laurea d'ambito umanistico in tasca e il tuo sogno nel cassetto è fare il porfessore, l'archeologo, lo scrittore o il critico. Eppure, il dottorato è ricerca, studio, passione, spesso anche sacrificio. Un modo per sapere che il tuo pensiero può avere voce e può esser diffuso, magari, per i più ambiziosi, cambiando la prospettiva della realtà.
Quel che nessuno, però, ti dice è che il dottorato di ricerca è un limbo, e chi vi transita è un ibrido fra uno studente e un lavoratore.
Nei corridoi di qualsiasi Ateneo, è possibile osservare queste figure di giovani, spesso non più giovani, con lo zaino in spalla per il PC e i libri, che camminano velocemente portando una pila di fotocopie per la lezione del proprio tutor. Li riconosci subito i dottorandi, quando sono presenti agli appelli degli esami, e sorridono bonariamente agli studenti, ma poi fanno la domanda da stronzi, perchè, cavolo, se lo sono guadagnati quel posto dall'altra parte del banco. Li riconosci, mentre, a volte, vagano fra una stanza e l'altra della biblioteca o del laboratorio, guardandosi attorno nel timore di essere scambiati per uno studente e di essere, così, rimproverati per aver varcato la soglia, oltre la quale uno studente non può accedere. Li riconosci da quei volti affamati, non solo di conoscenza, ma anche di fame, quando decidono di intraprendere il percorso anche senza una borsa di studio, e, allora, sono costretti ad arrangiarsi con qualche lavoretto nel weekend o con le ripetizioni agli ottusi liceali, che grazie a Dio esistono! Li riconosci da quelle spalle disilluse, il più delle volte piene di energie che sembrano non esaurirsi di fronte ai docenti, ma che, invece, pian piano limitano le ore di sonno. Li riconosci dagli occhi infuriati, quando spesso non è riconosciuto il loro ruolo istituzionale, e devono gridare a gran voce per far rispettare quei quattro diritti che il MIUR ha deciso di concedere loro. Li riconosci, anche se loro non sanno ancora chi sono, perchè sono lì, seduti per ore e ore dietro a una scrivania, completamente immersi nei loro progetti di ricerca nella speranza che, un giorno, possano essere pubblicati.
Riconosci un dottorando dalla faccia, quando gli chiedi come sta ed è evidente il fatto che sia sull'orlo dell'esaurimento, ma ti guarda entusiasta, perchè sta scrivendo un articolo proprio su quella cosa, sì quella cosa lì che nessuno conosce o che nessuno ha considerato o che nessuno ha studiato mai. E allora, che importa se sei sottopagato e lavori 20h su 24h, stai, comunque, contribuendo a una causa più alta di quel che immagini.
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